XII – Dedica

Questo post non vuole essere una mia solita poesia pura che vuole esprimere solamente l’amore verso una donna o verso un paesaggio, o semplicemente una mia tristezza passeggera. Questa è una breve poesia scritta a seguito di una notizia veramente spiacevole. Questo post, sebbene sia una cosa da poco, ridicola se vogliamo, vuole esprimere lo struggimento per la morte di due persone, non care a me; e lo dedico alle due famiglie che hanno subito una tale disgrazia ed a tutte le persone che sono rimaste colpite dall’accaduto di oggi pomeriggio nelle vicinanze della città di Piombino.

Quel giallo così lampante
che l’anima nostra dolente
ha scosso a fondo
prelevando via dal mondo
creatura di giovane età
e padre di famiglia
ad elevar, prego,
a miglior vita.

Didimo Chierico.

XI – Veduta di Piombino a mezzogiorno

Questa brezza che come un’amante
mi accarezza al riparo della fresca ombra,
questa musica che mi sussurra alle orecchie dolci
e melodiose parole che guizzano e danzano gioiose,

questo sole che con un amorevole fare paterno
mi culla e avvolge il mio nido del suo caldo tepore,
queste verdi cime, spettinate chiome degli alberi,
che ondeggiano ritmicamente come il mare.

E in questa quiete mi perdo
nella fitta rete di strade ed intricate vie.
E come mosso dal soffio del vento vago

trasportato per la città.
E i palazzi divengono fittizi ostacoli
a circondario di questa vivente immensità.

Didimo Chierico.

glykytes

Perchè con te più provo a fare la cosa giusta e peggio  mi sento?
Fare la distaccata, quella fredda e scontrosa, passarti davanti ed ignorarti fa meno male che provare ancora a volerti bene.
Eppure dovrebbe essere il contrario.
Stavo meglio, davvero.

E poi, ecco,

ritornano quelle chiacchierate, ti manco,
ti dispiace,
come sto,
come stai,
ma resta tutto così
“mi piacerebbe tornare amici”
e non fai niente.
Sei vuoto.
E quell’odio che speravo avrei provato nei tuoi confronti forse riesco finalmente a sentirlo.
Perchè non meriti che io ti ami con tanta devozione.
No. Davvero.
Non ti meriteresti più nulla da me.
Avevo fatto dei passi in avanti. Avevo smesso di sentirmi completamente vuota senza di te, avevo smetto di piangere ogni giorno per te.

Avevo smesso di sentirmi un tale schifo, ero riuscita a guardare intorno a me, vedendo gli altri.
Ora no, sei tornato tu ad oscurarmi…

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Desolazione del povero poeta sentimentale – Sergio Corazzini

Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?

Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
Le mie gioie furono semplici,
semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.
Oggi io penso a morire.

Io voglio morire, solamente, perché sono stanco;
solamente perché i grandi angioli
su le vetrate delle catedrali
mi fanno tremare d’amore e di angoscia;
solamente perché, io sono, oramai,
rassegnato come uno specchio,
come un povero specchio melanconico.

Vedi che io non sono un poeta:
sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.

Oh, non maravigliarti della mia tristezza!
E non domandarmi;
io non saprei dirti che parole così vane,
Dio mio, così vane,
che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire.
Le mie lagrime avrebbero l’aria
di sgranare un rosario di tristezza
davanti alla mia anima sette volte dolente,
ma io non sarei un poeta;
sarei, semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo
cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme.

Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù.
E i sacerdoti del silenzio sono i romori,
poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio.

Questa notte ho dormito con le mani in croce.
Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo
dimenticato da tutti gli umani,
povera tenera preda del primo venuto;
e desiderai di essere venduto,
di essere battuto
di essere costretto a digiunare
per potermi mettere a piangere tutto solo,
disperatamente triste,
in un angolo oscuro.

Io amo la vita semplice delle cose.
Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco,
per ogni cosa che se ne andava!
Ma tu non mi comprendi e sorridi.
E pensi che io sia malato.

Oh, io sono, veramente malato!
E muoio, un poco, ogni giorno.
Vedi: come le cose.
Non sono, dunque, un poeta:
io so che per esser detto: poeta, conviene
viver ben altra vita!
Io non so, Dio mio, che morire.
Amen.

Sergio Corazzini.

Il messaggio dell’Imperatore – Franz Kafka

L’imperatore – così si dice – ha inviato a te, al singolo, all’umilissimo, suddito, alla minuscola ombra sperduta nel più remoto cantuccio di fronte al sole imperiale, proprio a te l’imperatore ha mandato un messaggio dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero accanto al letto e gli ha bisbigliato il messaggio nell’orecchio; tanto gli stavi a cuore che s’era fatto ripetere, sempre nell’orecchio, il messaggio. Con un cenno del capo ne ha confermato l’esattezza. E dinanzi a tutti coloro che erano accorsi per assistere al suo trapasso: tutte le pareti che ingombrano sono abbattute e sulle scalinate che si ergono in larghezza ed in altezza stanno in cerchio i grandi dell’impero; dinanzi a tutti questi ha congedato il messaggero. Il messaggero s’è messo subito in cammino; un uomo robusto, instancabile; stendendo a volte un braccio, a volte l’altro fende la moltitudine; se incontra resistenza fisica indica il petto dove c’è il segno del sole; egli avanza facilmente come nessun altro. Ma la moltitudine è enorme; le sue abitazioni non finiscono mai. Come volerebbe se potesse arrivare in aperta campagna e presto udresti il meraviglioso bussare di suoi pugni al tuo uscio. Invece si affatica quasi senza scopo, si dibatte ancora lungo gli appartamenti del palazzo interno; non li supererà mai, e se anche ci riuscisse nulla sarebbe ancora raggiunto; dovrebbe lottare per scendere le scale, e se anche ci riuscisse nulla sarebbe ancora raggiunto; bisognerebbe attraversare i cortili, e dopo i cortili il secondo palazzo che racchiude il primo; altre scale, altri cortili; e un altro palazzo; e così via per millenni; e se ci riuscisse infine a sbucare fuori dal portone più esterno, si troverebbe ancora davanti la capitale, il centro del mondo, ricoperta di tutti i suoi rifiuti. Nessuno può uscirne fuori e tanto meno col messaggio di un morto. Tu, però, stai alla tua finestra e lo sogni, quando scende la sera.

Franz Kafka.